SVILUPPO E DEMOCRAZIA

di Marina Mira d’Ercole

 

Il 2010 è stato,  per le giovani democrazie africane,  l’anno elettoralmente  più attivo degli ultimi 50 anni. I cittadini di 48 Paesi su 53 sono stati chiamati alle urne, inclusi in Paesi che ancora fino a poco tempo fa  versavano in situazioni politiche drammatiche. E tale processo proseguirà nel 2011. 

In Nazioni come Liberia, Sierra Leone, Rwanda oggi si svolgono elezioni politiche certificate da osservatori neutrali. 

Dopo la fine della Guerra fredda e 10 anni di assestamento in qualche caso drammatico (il cosiddetto “decennio perso”), dal 2000 la necessità di dotarsi di sistemi politici in grado di punire la corruzione, di mediare pacificamente  tra gruppi tribali, nonché una diffusa pressione da parte dell’opinione pubblica internazionale ha portato la maggior parte dei governi africani ad imboccare la strada della democrazia.

Oggi,  rappresentanza politica  e good governance  ricorrono costantemente nelle agende degli incontri delle Organizzazioni internazionali e Regionali, orientano gli aiuti, condizionano le classifiche del  Doing business.

 I Governi locali che adottano comportamenti non democratici o conquistano il potere con la forza vengono stigmatizzati e spesso espulsi dall’ Unione Africana. 

Tutto bene per la democrazia dunque? In realtà mai come nell’ultimo anno, elezioni drogate, mancanza di vera  alternanza, spesso violente  vessazioni nei confronti degli avversari politici hanno sollevato critiche e  perplessità sull’efficacia e sull’ idoneità della democrazia al  contesto africano. 

Sono cronaca di questi giorni le violente reazioni  agli esiti elettorali in Costa d’Avorio da parte dei seguaci dell’ex presidente Gbagbo e di pochi mesi  fa  i forti dubbi sollevati in Rwanda circa la sorte di giornalisti e avversari politici di Kagame in vista delle elezioni del 9 agosto del 2010. 

Senza scordare che Omar El Bashir in Sudan, Robert Mugabe in Zimbabwe,  Meles Zenawi in Etiopia sono capi di stato tutti  “formalmente eletti” (anche se spesso con percentuali altissime e quanto meno sospette). 

In sintesi non sempre elezioni multipartitiche riflettono libertà civili, libera stampa, reale opposizione politica, rispetto delle leggi. Tutte istituzioni fondamentali per la democrazia.

La democrazia così come  la conosciamo noi ha accompagnato la storia economica  e lo sviluppo sociale dei grandi Paesi occidentali. Tuttavia il concetto di democrazia o meglio quella di democrazia rappresentativa può avere significati diversi e portare a diverse conclusioni: spesso anzi l’accezione occidentale di democrazia non è sempre applicabile.

Nel 2008 ad esempio  l’Economist Intelligence Unit’s Democratic Index classificava solo 30 dei 167 paesi considerati come pienamente democratici, 50 come “democrazie imperfette” e 87, che però rappresentavano circa la metà della popolazione mondiale, come “democrazie ibride” o stati autoritari.

Più o meno nello stesso periodo Freedom House sosteneva che se 121 su 193 paesi considerati sono democrazie elettorali, solo 90 sono “Paesi liberi”.  

Questi esempi dimostrano come le definizione stessa di democrazia dipenda dai diversi fattori considerati : Freedom House punta sulla condizione di elezioni multipartitiche trasparenti, libere e realizzate in modo regolare. L’Economist Intelligence Unit  aggiunge a tutto ciò il rispetto delle libertà civili, la good governance, la misura di “apertura sociale”.

 In realtà, qualsiasi metrica si usi, nel momento in cui si espande il concetto oltre le “elezioni” il numero di Paesi che hanno raggiunto una piena democrazia crolla drasticamente. 

E ciò rende anche più labile l’ipotesi  di una diretta correlazione tra democrazia, libertà,  sviluppo economico e sociale. 

Tra le questioni  oggi più dibattute infatti vi è quella relativa al binomio democrazia e sviluppo. In sintesi ci si domanda se è  vero che   la democrazia, almeno nel medio termine, rappresenti l’unico modello politico in grado di garantire la crescita  e il benessere  economico di una nazione o se per contro altri modelli emergenti non stiano dimostrando l’opposto. 

Anzi, il circolo virtuoso tra sviluppo e  democrazia che ha caratterizzato  la storia dell’occidente democratico negli ultimi due secoli, considerato il modello per le nuove economie emergenti,  sembra essersi “inceppato”.  

Si  sta via via  affermando un nuovo paradigma, di cui la Cina ne è l’epicentro, che cerca di coniugare libero mercato e  sviluppo della ricchezza con la  compressione dei diritti politici. Un patto sociale che prevede uno scambio tra crescita,  prosperità collettiva, benessere individuale e  rinuncia ad esercitare i più fondamentali diritti politici e civili.

A tal proposito è ragionevole pensare che  le crescenti relazioni economiche e commerciali che stanno cementando i rapporti tra molte nazioni africane e la Cina prospettino  relazioni politiche e influenze culturali (il cosiddetto soft power) sempre più intense.

 Quale sintesi dunque rispetto a questo rebus?

 Innanzitutto, proviamo a  capovolgere il ragionamento.

 Se la correlazione diretta  tra sviluppo e democrazia è  poco dimostrabile, quanto meno nel breve-medio termine (Cina esclusa, ma il suo modello, il cosiddetto Beijing consensus, affonda le radici in valori millenari e assai consolidati), è invece dimostrabile il contrario.

 In un recente studio realizzato da The European House - Ambrosetti volto a misurare la  solidità  della crescita e dello sviluppo economico dei Paesi africani nel tempo, si vede che i Paesi più poveri e quelli che non hanno saputo sfruttare la dotazione delle proprie risorse naturali in modo adeguato sono anche quelli più oppressi da colpi di stato e da dittature brutali.

Vi sono  Paesi africani che, repentinamente arricchitisi grazie alla scoperta di risorse minerarie o di giacimenti di petrolio, non riescono a tramutare questa ricchezza in benessere diffuso perché in mano a dittatori o a plutocrati senza scrupoli.

Esiste  cioè una correlazione tra bad governance, povertà estrema, mancato sviluppo.

 Tutto ciò premesso, è però mia convinzione che nel dibattito sulla democrazia in Africa occorra spostare l’ottica più verso i valori su cui si è fondato  il concetto di democrazia occidentale che sui meccanismi di causa –effetto di tipo economico, di gran lunga più complessi.

 Alcuni giorni fa nella sua prolusione all’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università Bocconi, il rettore Guido Tabellini sottolineava come “il  buon funzionamento delle istituzioni, la

tutela dei diritti e dell’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, la protezione dall’abuso da parte dei governi spiegano la differenza tra paesi ricchi e paesi poveri più di ogni altra variabile economica, sociale o geografica”. Le istituzioni, e come si usa dire la buona governance,  sono fondamentali nel raggiungere e  mantenere  livelli di sviluppo crescenti e soddisfacenti. Tuttavia, ricordava, “il buon funzionamento delle istituzioni riflette i valori, gli atteggiamenti, il senso civico, il rispetto delle istituzioni stesse da parte dei propri cittadini”.

Vi è cioè una distinzione chiara tra stato della democrazia e stato della società. 

Il  percorso verso la democrazia è un percorso lungo, che richiede una maturazione della società civile nel farsi portatrice di  istanze di rappresentanza, giustizia, trasparenza, che le consenta di  innervare con forze proprie e sane il terreno della politica.

In Africa questa maturazione è iniziata. Vi è una crescente  attenzione della popolazione ad avere libere elezioni che va incoraggiata e difesa.

Inoltre  non esiste un modello unico. Ogni nazione, proprio per il diverso contesto, la presenza di diverse etnie e di diverse tradizioni locali, deve trovare da sola il suo  percorso e il suo modello di società “giusta”.

 La democrazia non può essere considerata  un fine in sé. Essa è però uno strumento potente in mano ai cittadini per ridurre la povertà, migliorare la governance,  aiutare a costruire una nazione migliore.

 

 

25 gennaio 2011-

 

 

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